Il restauro del dipinto di Giovanni Paolo Cardone raffigurante la "Resurrezione di Cristo"

L'Aquila, Museo Nazionale d'Abruzzo

gennaio - luglio, 2012 - Restauro

In origine nella chiesa aquilana di San Pietro di Coppito, il dipinto era esposto al secondo piano del Museo Nazionale Il dipinto prima dell'intervento di restaurod’Abruzzo, nella sala dedicata alla locale pittura del Cinquecento, interessata da importanti crolli nel tragico 6 aprile del 2009. Recuperato nei giorni immediatamente successivi, è stato oggetto di pronto intervento da parte di restauratori dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro che, eseguita una velinatura provvisoria sul recto, hanno smontato il telaio, ricongiunto i lembi delle lacerazioni laddove possibile e attuato un primo trattamento biocida, in attesa del restauro definitivo, concluso nello scorso 2012
La tela propone una Resurrezione di Cristo emotivamente coinvolgente grazie alla composizione pervasa da un moto vorticoso dettato, oltre che dall’atteggiamento dei personaggi che, mossi dalla paura, dal centro sembrano proiettarsi verso l’esterno, anche dall’andamento circolare del lenzuolo bianco che nella parte superiore si gonfia per il vento e avvolge, quasi una grande aureola, il Cristo benedicente che campeggia al centro di un'esplosione di luce.
Assegnata generalmente a Giovanni Paolo Cardone in ragione della scritta ancora visibile parzialmente in basso a sinistra (… ONVS AQL), nel 1848 l'opera è ricordata da Angelo Leosini che così la descrive: in quelle variate movenze dei soldati, e nella espressione dello spavento e dell’ira ti si offre una viva azione ben immaginata dal pittore e non disgiunta dall’arte di aver saputo ben disegnare i dintorni, gli scorci e le attitudini. Lo studioso ne sottolinea invece carenze nell’uso del chiaroscuro e nell’applicazione delle leggi prospettiche, soprattutto nella resa della figura del Cristo. Più o meno negli stessi anni (1868) Angelo Signorini cita il dipinto appaiandolo con il Cristo che porge le chiavi a San Pietro custodito nella stessa chiesa e lo apprezza per buon disegno, per verace espressione e belle attitudini. Nel 1874 Teodoro Bonanni si occupa degli stessi dipinti e li ritiene entrambi eseguiti da  Pompeo Cesura, attribuzione che viene riproposta nel 1926 in una scheda agli atti della Soprintendenza compilata da Amalia Sperandio; nel 1933 Maria Rosa Gabbrielli cataloga la pala d’altare ancora in chiesa e la dice collocata nella terza cappella a sinistra; a conclusione del restauro eseguito negli anni Settanta nel laboratorio della Soprintendenza, l’opera è andata ad arricchire la collezione del Museo Il dipinto a restauro concluso.Nazionale nel forte spagnolo dell’Aquila. 
Cardone, allievo di Pompeo Cesura ed esponente di spicco del tardo manierismo abruzzese, attivo all’Aquila tra il 1569 ed il 1586, è noto essenzialmente per aver realizzato proprio nel 1569, in collaborazione con il maestro, gli apparati scenografici ideati per celebrare l’arrivo in città di Margherita d’Austria e per l’esecuzione nel 1579 del nuovo gonfalone della città dell'Aquila, in sostituzione di quello di Aert Mijtens portato a Roma in occasione del Giubileo del 1575; realizzato in seta rossa, raffigura nella parte inferiore i quattro Santi protettori sorreggenti una rara testimonianza dell’Aquila cinquecentesca. Nell’ambito della produzione dell’Artista, si annoverano gli sportelli d’organo con l’Annunciazione del 1574 in origine nella chiesa di San Silvestro, la tavola della chiesa di Santa Maria del Soccorso raffigurante ancora una volta l’Annunciazione, entrambe nel Museo Nazionale d’Abruzzo, la Madonna del Rosario di Pescocostanzo del 1580 e due tele di analogo soggetto, la prima firmata e datata 1583 nella chiesa di Santa Maria ad Cryptas di Fossa, la seconda nella chiesa di San Panfilo d'Ocre;  da ricordare anche l’Immacolata Concezione di recente individuata nella chiesa intitolata ai Santi Fabiano e Sebastiano in Fiamignano, il San Michele Arcangelo nella chiesa di San Francesco di Paola, la Madonna col Bambino, San Giuseppe, San Francesco d'Assisi e San Giovannino della chiesa di San Giacomo a Gignano; nel 1586, ultima notizia, il Cardone disegnò e dipinse un tumulo eretto al centro della chiesa in occasione delle esequie di Margherita d’Austria celebrate solennemente nel duomo aquilano di San Massimo (Rivera, 1924).
Giudicato severamente da parte della critica odierna (ad esempio, Pierluigi Leone de Castris nel 1988 definisce la sua pittura banale e provinciale tendente a gigantismi e sproporzioni di sapore grottesco),  molto apprezzato di contro dai contemporanei, il Cardone trasse ispirazione per un verso dai modi manierati di certa  pittura romana post raffaellesca rappresentata ad esempio da Perin del Vaga e da Francesco Salviati ed importata dal Cesura e per altro verso dal filone coerente con i dettami controriformati che si irradiavano all’Aquila essenzialmente grazie all’attività di una colonia fiamminga trasferitasi da Napoli. Nel dipinto in questione, da collocare nella fase matura della sua attività, si raggiungono risultati apprezzabili ed è possibile  osservarvi tutte le sue peculiarità stilistiche, dalla vivace gamma cromatica segnata da cangiantismi di radice manieristica alla tipologia dei volti dalle rosee gote sempre marcatamente arrotondate, dai riccioluti capelli biondi alle vesti dai fitti panneggi dall’andamento mosso, dalle proporzioni imponenti delle figure in primo piano alla loro realizzazione caratterizzata da un elegante linearismo.
Durante il  restauro risalente agli anni 1970-71, il dipinto è stato sottoposto a foderatura con doppia tela, recuperando le dimensioni originali nella parte centinata, ed è stata eseguita la pulitura della pellicola pittorica seguita dalla fase di ritocco (G. Magnanimi, 1972).

 Caterina Dalia

 

Intervento di restauro

Il dipinto, a seguito del terremoto, è rimasto esposto per diversi giorni alle intemperie e le consistenti deformazioni Il volto del Cristo dopo la velinatura.sono state causate dalla successiva asciugatura dei materiali: la tela di rifodero e la colla pasta hanno avuto un “ritiro” maggiore rispetto alla tela originale e i diversi materiali costituivi risultavano fortemente irrigiditi.
La prolungata esposizione all’acqua aveva causato inoltre un diffuso attacco microbiologico.
I primi interventi di restauro hanno riguardato il retro del dipinto. E’ stato necessario rimuovere la tela da rifodero di un vecchio intervento: questa fase lavorativa è stata molto delicata in quanto non era possibile velinare la pellicola pittorica preventivamente.
Le rigide deformazioni, se velinate, avrebbero infatti causato grandi problemi nella fase di foderatura (in corrispondenza degli strappi, le deformazioni erano di tali entità e rigidità che avevano causato uno “slittamento” dei lembi di diversi centimetri).
Si è intervenuti dunque meccanicamente, con l’ausilio di bisturi  agendo su piccole porzioni per volta, ammorbidendo preventivamente i materiali con l’applicazione di vapore acqueo. Il retro del dipinto è stato interamente trattato con biocida (Orto-fenil-fenolo al 2% in alcool).
Per evitare nuove contrazioni dovute alla necessaria somministrazione di vapore acqueo, e soprattutto al successivo essiccamento, puntualmente sulle zone in cui si interveniva venivano posizionati dei pesetti, interponendo del Melinex bisiliconato. Le zone più delicate erano ovviamenteIl volto del Cristo dopo la fase di stuccatura quelle in corrispondenza delle lacerazioni, dove lo stato conservativo della pellicola pittorica era fortemente compromesso da polverizzazioni, sollevamenti e distacchi:  il dipinto veniva allora girato “a faccia in su” (era stato allestito un apposito tavolato tipo “sandwich”) e localmente, in corrispondenza degli strappi da trattare, sulla pellicola pittorica venivano eseguite delle velinature con colletta e carta giapponese.
In funzione della successiva operazione di foderatura venivano quindi eseguiti gli incollaggi testa-testa in corrispondenza degli strappi utilizzando fibre sintetiche termosaldabili (Textil); questa operazione era necessaria per far ricombaciare i lembi lacerati.
Il consolidamento degli strati pittorici è stato effettuato mediante l’infiltrazione dal verso di colletta diluita e successivamente è stata eseguita la foderatura con colla pasta ed è stato fornito un nuovo telaio ligneo con dispositivi angolari ad espansione.
Trattandosi di un’opera custodita all’interno di una struttura museale, non è stata necessaria una pulitura complessa; l’intervento è stato pertanto indirizzato alla rimozione della verniciatura e alla reintegrazione dei ritocchi apportati in un precedente restauro che risultavano alterati..
Il volto di Cristo dopo la reintegrazione pittoricaLa fase della presentazione estetica è stata molto lunga: evidenti erano i segni delle lacerazioni e numerosissime le lacune, sia degli strati pittorici che del supporto. La scelta della D.L. in merito è stata di  non procedere ad una reintegrazione totale, in modo da conservare la memoria e le tracce del tragico evento subito, ripristinando nel contempo la leggibilità dell’opera.
Le lacune del supporto sono state risarcite con inserti di tela (a doppia diagonale) opportunamente trattata per apparire sufficientemente “invecchiata” come l’originale.
Dopo una prima verniciatura applicata a pennello (Vernice Retoucher Surfin della Lefranc), le lacune che interessavano gli strati pittorici (con la tela originale a vista) sono state colmate con uno stucco a base di gesso di Bologna e colla di coniglio.
Le stuccature sono state trattate cromaticamente con colori ad acquerello Windsor & Newton.
Il dipinto è stato nuovamente verniciato, applicando sempre a pennello un ulteriore sottile strato di Vernice Retoucher Surfin.
La fase conclusiva della reintegrazione pittorica è stata eseguita con colori a vernice per restauro della Maimeri: le lacune stuccate sono state risarcite con una reintegrazione eseguita a puntini/trattini, per essere facilmente riconoscibile ed individuabile da vicino, ma moltissime e diffuse su tutta la superficie erano le lacune di pellicola pittorica con la preparazione a vista. In questi casi, come da direttive della D.L., si è deciso per un trattamento estetico di reintegrazione a puntini, con il fine di ridurre l’interferenza visiva soprattutto sul quadrante superiore, dove la pellicola pittorica di colore giallo chiaro del cielo era fastidiosamente deturpata dalle lacune. Il problema non si è posto invece laddove le lacune interessavano zone con tonalità più scure: in questi casi è bastato un leggero abbassamento di tono delle stesse.
Le numerosissime abrasioni sono state reintegrate a velatura.
E’ stata applicata un’ultima verniciatura protettiva  mediante nebulizzazione di una miscela 1:1 di Vernice Retoucher Matt e Brillant.

Arianna Ercolani

 

Restauro

Finanziamento MiBAC
Gennaio/luglio 2012
Responsabile Unico del Procedimento: Ernestina Stinziani
Progettista e direttore dei lavori: Caterina Dalia
Contabilizzatore: Jocelyne Feron
Restauro a cura della ditta Arianna Ercolani, Monte Porzio Catone (rm)

 

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